Come risolvere gli stalli decisionali nelle società di capitali (PRIMA PARTE)

In questo contributo parlerò degli stalli decisionali nelle società di capitali (s.r.l. o s.p.a.), situazione sempre più frequente e di difficile gestione e risoluzione. L’ampiezza del tema richiede almeno due contributi, questo è il primo.

Lo stallo decisionale ha diverse cause; generalmente si fonda su di un conflitto tra i soci di una società, può manifestarsi in diverse forme e può essere anche solo temporaneo.

Tale situazione blocca gli organi della società, determinando pertanto l’impossibilità di funzionamento – anche temporanea, come visto – dell’assemblea dei soci e/o del consiglio di amministrazione (almeno ove questo sia previsto in luogo dell’amministratore unico).

La legge non tratta specificamente degli stalli decisionali; o meglio, non fornisce un pacchetto di strumenti volti ad aiutare i soci (o gli amministratori) a superare la crisi che paralizza la società.

Ciò che la legge fa è limitarsi a prevedere che in caso di “accertata” impossibilità di funzionamento della società, gli amministratori, a cui compete tale “accertamento”, devono chiedere all’assemblea dei soci di mettere la società in stato di liquidazione. In sostanza, per il legislatore, qualora i soci non trovino un accordo tra di loro, non v’è altra soluzione che lo scioglimento e la conseguente estinzione della società. In tal senso dispone l’art. 2484, comma 1, n. 3, cod. civ., il quale appunto parla di scioglimento in caso di “impossibilità di funzionamento e di continuata inattività dell’assemblea”.

L’impossibilità di funzionamento può manifestarsi anche per un blocco decisionale dell’organo amministrativo, che però non investe i soci e l’assemblea. Può infatti accadere che, per varie ragioni, il consiglio di amministrazione o l’amministratore unico della società non assuma quelle decisioni che sarebbero necessarie per conseguire l’oggetto sociale.

Non si vuole in questa sede analizzare le pur importanti fattispecie di stallo (che affronteremo semmai nel secondo contributo), né si ritiene utile, per ora, affrontare la questione sotto il punto di vista degli ambiti di competenza degli organi della società (assemblea, consiglio di amministrazione e sindaci-revisori).

Del resto, il legislatore non prevede nemmeno che l’organo amministrativo sia incapace di prendere decisioni; si limita invece a prevedere che i soci possano revocare gli amministratori qualora questi abbiano causato “gravi irregolarità” di gestione (cfr, l’art. 2383, comma 3, c.c. per le spa e l’art. 2476 comma 3, c.c. per le srl). Peraltro, in assenza di indici normativi ragionevolmente chiari, è oggettivamente difficile capire quando un amministratore non assuma decisioni o non assuma decisioni necessarie per la società, perché tale valutazione è soggettiva ed è rimessa all’opinione, pur ragionevole, del socio. In altri termini, a prescindere dalla natura dello stallo in seno al consiglio di amministrazione, la legge riconosce ai soci di rimuovere gli amministratori, senza aver l’obbligo di spiegarne i motivi. La revoca, in sostanza, ha effetti immediati, salvo il diritto per l’amministratore revocato di chiedere un risarcimento per l'”ingiusta” rimozione.

L’apparente incertezza sui motivi e l’assenza di chiari indici normativi di cui si è detto, potrebbe condurre a contenziosi tra soci e tra soci e amministratori, come peraltro sovente accade, e ciò finisce inevitabilmente per irrigidire ulteriormente i rapporti tra le parti e, di conseguenza, a dissolvere l’attività sociale, con evidente danno per tutti, inclusi i creditori e i c.d. stakeholder (ossia i dipendenti) che nutrivano un legittimo affidamento sulla prosecuzione della società.

A conclusione di questo primo contributo, non è quindi difficile osservare come tutti i rimedi predisposti dal codice civile per far fronte a situazioni di conflitto tra gli organi della società siano inefficienti e financo dannosi.

Da un lato, l’impossibilità di funzionamento dell’assemblea porta alla disgregazione della compagine sociale ed alla sua messa in liquidazione, con conseguente dispersione dell’eventuale avviamento e sottrazione degli assets sociali all’attività produttiva.

Dall’altro lato, qualora lo stallo si cristallizzi sul consiglio di amministrazione, i soci interessati potranno esercitare la revoca, generando però il rischio che l’amministratore revocato contesti la rimozione invocando la norma che gli riconosce un risarcimento per l’ipotesi in cui un Tribunale accerti che il cambio di management sia stato adottato in assenza di una “giusta causa”.

In tale contesto, il modo migliore per prevenire e risolvere potenziali (e sempre più frequenti) stalli decisionali è quello di stipulare patti tra soci inserendo rimedi contrattuali che, prefigurando situazioni “tipo” di stallo, possano evitare il ricorso al contenzioso, con evidente risparmio di costi e con benefici per tutti coloro che hanno interesse alla prosecuzione della vita della società.

Nel secondo contributo si esamineranno tali strumenti spiegandone l’utilità nel quadro della conservazione dell’impresa.